Una volta organizzare un viaggio significava comprare una guida, aprire una cartina sul tavolo e telefonare a una pensione sperando che la signora dall’altra parte avesse capito bene il cognome. Oggi basta scrivere una destinazione dentro un’applicazione e aspettare che ci dica dove dormire, cosa mangiare, quali monumenti fotografare e, se avanza tempo, che cosa provare.
È molto più comodo. È anche il modo migliore per ritrovarsi nello stesso ristorante consigliato a tutti, davanti allo stesso tramonto e in coda per lo stesso punto panoramico segreto.
Il problema non è usare gli algoritmi per organizzare un viaggio. È lasciare che siano loro a decidere quale viaggio vale la pena fare.
Il viaggio già organizzato nella casella di ricerca
Proviamo a cercare cosa vedere in una città. I risultati ci consegnano subito il centro storico, tre musei, il mercato tipico, il locale diventato famoso sui social e una lista di cose che soltanto la gente del posto conoscerebbe, pubblicata da qualcuno che vive a quattrocento chilometri.
Non è necessariamente un elenco sbagliato. Le attrazioni più note sono note per una ragione e ignorarle soltanto per sentirsi viaggiatori autentici è un’altra forma di conformismo, con scarpe più scomode.
Il limite è che le piattaforme ordinano il mondo secondo ciò che riescono a misurare: popolarità, recensioni, posizione, disponibilità, somiglianza con le nostre ricerche precedenti. La stessa guida di Google spiega che le raccomandazioni personalizzate possono utilizzare attività e informazioni dell’account per cambiare l’ordine dei risultati. L’algoritmo non conosce il viaggio che desideriamo. Conosce quello che persone apparentemente simili a noi hanno già cercato.
Prima la domanda, poi l’applicazione
Il modo più semplice per conservare un po’ di autonomia è decidere che cosa cerchiamo prima di aprire le piattaforme. Non serve preparare un manifesto filosofico. Bastano alcune domande concrete:
- vogliamo vedere molto oppure fermarci a lungo in pochi posti?
- preferiamo storia, paesaggio, cibo, vita quotidiana o riposo?
- quanto tempo siamo disposti a trascorrere negli spostamenti?
- quali esperienze consideriamo irrinunciabili?
- quale parte del programma può restare vuota?
Le risposte diventano criteri. A quel punto il motore di ricerca, la mappa e il sito di prenotazioni tornano a essere strumenti. Senza criteri, invece, ogni risultato ben presentato sembra una buona idea e il viaggio cresce fino a somigliare a un trasloco con visite guidate.
Partire dalle fonti meno spettacolari
I contenuti più utili non sono sempre quelli che l’algoritmo rende più visibili. Prima delle classifiche conviene consultare il sito ufficiale della destinazione, i portali di musei e parchi, le aziende di trasporto, i calendari comunali, le associazioni locali. Sono pagine spesso meno seducenti, ma sanno quando passa l’ultimo autobus e se il museo chiude proprio il giorno in cui abbiamo deciso di andarci.
Questa abitudine non è nuova. Nel 2006 su Arcani segnalavamo un archivio dedicato ai musei italiani proprio perché raccogliere indirizzi, orari e servizi verificabili era già un problema. Sono cambiati i siti e sono aumentate le schede, ma la distinzione tra ispirazione e informazione resta preziosa.
Un video può farci desiderare un luogo. Per sapere se possiamo visitarlo, però, è meglio chiedere a chi apre il cancello.
Le recensioni sono indizi, non sentenze
Le recensioni sembrano la forma più democratica di consiglio: migliaia di persone raccontano la propria esperienza e una media la trasforma in un numero semplice. Il guaio è che semplice non significa neutrale.
Un albergo può ricevere una stella perché la camera era sporca oppure perché a colazione mancava un tipo molto specifico di marmellata. Un ristorante può avere una media perfetta grazie a clienti entusiasti, a una selezione molto efficace delle richieste di recensione o a una creatività che in cucina non si era ancora notata.
Più della media contano i dettagli ricorrenti. Conviene leggere alcune recensioni recenti, qualche giudizio negativo e soprattutto le osservazioni che riguardano i nostri bisogni. Il rumore della strada è irrilevante per chi dorme con i tappi e decisivo per chi si sveglia quando il vicino gira pagina.
Usare più mappe per vedere luoghi diversi
Una mappa digitale non rappresenta soltanto il territorio. Rappresenta anche le priorità di chi l’ha costruita: attività commerciali, strade, sentieri, trasporti, fotografie, punti di interesse. Per questo cambiare mappa può cambiare il viaggio.
Accanto alle applicazioni più note esistono strumenti basati sui dati aperti di OpenStreetMap. Per esempio Organic Maps permette di scaricare le mappe e utilizzarle senza connessione, con particolare attenzione a percorsi pedonali e ciclabili. Non è obbligatorio convertirsi a una sola applicazione. Possiamo usare una mappa per trovare un indirizzo, un’altra per i sentieri e quella cartacea per scoprire che due luoghi, sullo schermo, sembravano molto più vicini.
Scaricare almeno una mappa offline resta una buona precauzione. Il segnale telefonico ha un talento speciale per sparire esattamente quando la strada si divide in tre.
Spezzare il circuito della popolarità
Le piattaforme tendono a rafforzare ciò che è già visibile. Un luogo riceve molte visite, quindi ottiene molte recensioni; avendo molte recensioni compare più spesso, quindi riceve ancora più visite. Non è un complotto, è un circuito di retroazione con un eccellente ufficio marketing.
Per uscirne basta modificare le ricerche. Invece di chiedere genericamente cosa vedere, possiamo cercare un quartiere, una tecnica artigianale, un percorso ferroviario, un mercato settimanale, un autore legato alla città. Anche consultare siti piccoli, giornali locali e programmi di associazioni culturali produce risultati meno uniformi.
Occorre però evitare l’ossessione per il posto sconosciuto. Se un luogo è fragile, privato o inadatto a ricevere molte persone, trasformarlo nella nostra scoperta da pubblicare può danneggiarlo. Non tutto ciò che troviamo deve diventare contenuto.
Lasciare spazio all’imprevisto, ma con giudizio
Un programma completamente vuoto può essere liberatorio oppure trasformarsi in una giornata trascorsa a decidere dove andare. Un programma pieno al minuto elimina invece proprio ciò che rende diverso il viaggio dalla gestione di un’agenda.
Una soluzione pratica consiste nel fissare una sola cosa importante per ogni giornata e raggruppare attorno a quella alcune possibilità vicine. Non sono tappe obbligatorie, ma alternative pronte. Se piove, il parco lascia spazio al museo; se la piazza ci piace, le altre tre attrazioni possono aspettare.
Il tempo libero non è tempo sprecato. Serve per tornare in un posto, sedersi senza recensire il locale e percorrere una strada che non aveva abbastanza stelle per comparire nel programma.
Chiedere alle persone, possibilmente bene
La raccomandazione umana non è automaticamente superiore a quella algoritmica. Anche amici, albergatori e passanti hanno gusti, interessi e cugini con un ristorante. Però possono capire una domanda, chiedere che cosa ci piace e proporre qualcosa che non appartiene alla categoria più popolare.
«Dove si mangia bene?» produce quasi sempre una risposta vaga. «Dove andreste per una cena semplice, senza macchina e senza prenotare una settimana prima?» offre informazioni utilizzabili. La qualità del consiglio dipende spesso dalla precisione della domanda.
In fondo anche il vecchio articolo sui viaggi dei fattori arcani ricordava, in modo involontariamente attuale, che prima delle piattaforme il viaggio nasceva da persone, occasioni e tempo disponibile. Non era necessariamente organizzato meglio. Era soltanto più difficile confonderlo con un prodotto già confezionato.
Un metodo semplice per costruire l’itinerario
Per non finire con quaranta schede aperte e nessuna decisione, si può procedere in quattro passaggi:
- definire i vincoli: date, budget, spostamenti e necessità reali;
- raccogliere senza ordinare: salvare luoghi da fonti diverse, non soltanto dalla prima piattaforma;
- verificare: controllare orari, distanze e prenotazioni sui siti ufficiali;
- togliere: eliminare almeno un terzo delle tappe e lasciare margine.
L’ultimo passaggio è il più doloroso e il più utile. Ogni luogo aggiunto al programma sottrae tempo agli altri. Un itinerario non migliora accumulando punti sulla mappa, proprio come un articolo non migliora accumulando parole chiave. Era inevitabile che finissimo a parlare di SEO.
Gli algoritmi possono restare in valigia
Non serve cancellare tutte le applicazioni, stampare l’orario ferroviario e orientarsi con il muschio sugli alberi. Gli algoritmi sono bravissimi a confrontare opzioni, calcolare percorsi, segnalare chiusure e far emergere luoghi che non avremmo trovato.
Bisogna soltanto ricordare che ottimizzano ciò che possono osservare. Non sanno quanto siamo stanchi, perché un museo ci emoziona, quanto ci piace perderci o se preferiamo una trattoria imperfetta a un locale impeccabile progettato per le fotografie.
Un buon viaggio non è quello con il maggior numero di luoghi consigliati. È quello nel quale gli strumenti ci aiutano a scegliere, senza sostituirsi alla scelta.
Possiamo quindi ringraziare l’algoritmo, chiudere l’applicazione e girare l’angolo. Se non troviamo niente di memorabile, avremo almeno visto qualcosa che non era già stato scelto per noi.
